Monumento all’acqua calda

Che le sorgenti termali di Acqui Terme (AL) fossero tra le più importanti del mondo romano, lo scrisse nientemeno che Plinio Il Vecchio, instancabile e temerario cronista della sua epoca. E se lo disse lui, facciamo bene a credergli. Lo zio Plinio era infatti uno tosto, uno studioso pazzoide che soffriva d’insonnia e doveva per forza mettere naso in ogni cosa di cui scriveva. E a furia di mettere naso in tutto, finì soffocato dalle esalazioni sulfuree dell’eruzione del Vesuvio del 79, quella che seppellì Pompei ed Ercolano, perché anche in quell’occasione non resistette ad andare il più vicino possibile al fenomeno che voleva osservare. Lui per questo è ricordato oggi come il primo vulcanologo della storia, mentre ad Acqui, col tempo le toghe romane hanno ceduto il passo agli accappatoi. Non è raro infatti incrociare in città persone avvolte nei loro mantelli di morbida spugna che ciabattano dall’albergo alle terme e viceversa.

Dunque, ad Acqui tutto ruota intorno all’acqua calda. Qui addirittura si può parlare di una bollente in fascia protetta. E ci mancherebbe altro, visto che grazie ai romanzi d’avventura di Pierdomenico Baccalario, nativo della città, Acqui è anche un po’ la città dei ragazzi. E quindi la Bollente non è una signorina eccitata, ma un monumento all’invenzione dell’acqua calda, un’edicola marmorea realizzata nel 1879 dall’architetto Giovanni Cerutti, all’interno della quale sgorga l’acqua bollente curativa. Si tratta di 560 litri al minuto di acqua sulfureo-salso-bromo-iodica a 74,5 gradi. 74,5 gradi? Quindi l’acqua della Bollente non bolle mica! No, ma tutto è relativo. Basterebbe spostare la Bollente in alta montagna, tipo a tremila metri sul livello del mare e lì, grazie alla minore pressione atmosferica, l’acqua bollirebbe tranquillamente a questa temperatura.

Sarà anche che non bolle, ma scotta! E quando nel cuore della propria città si dispone di una fonte così fantastica di acqua che scotta qual è la cosa più logica da fare? Semplice: immergerci dentro i neonati! Non è uno scherzo, gli acquesi lo fanno davvero e ne vanno pure orgoglioni. Si tratta ovviamente di un’antica tradizione, ed è per questo che gli acquesi doc si chiamano sgaientò, ovvero scottati. D’altronde, in fatto di mettere a repentaglio l’incolumità dei neonati, gli acquesi non sono neanche i più audaci del mondo. Ai bambini russi va decisamente peggio, visto che li lasciano fuori al gelo siberiano con la scusa che devono abituarsi al clima. In Australia invece, certe comunità aborigene praticano l’affumicazione infantile che consiste nel far ondeggiare il neonato sul fumo di un fuoco di arbusti sacri su cui viene spruzzato del latte materno. In Vietnam prediligono la tortura psicologica: ai neonati non fanno i complimenti, ma li coprono di insulti dando loro del brutto, del rospo, tutto questo per convincere i demoni a stare alla larga dal pargolo. Il risultato è che il demonio se ne impossessa senza rimorsi di coscienza: tanto a voi ‘sto bimbo non piaceva neanche!

Comunque sia, ad Acqui, oltre agli sgaientò, erano famosi anche i cosiddetti brentau, coloro i quali portavano l’acqua calda della Bollente nelle case con delle brente da 50 litri sulle spalle. Dove si trovasse il brentau in un determinato momento era facile capirlo: era presso la casa dalla quale era appena scappato a gambe levate un bimbo.

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