Buona, bella e verrucosa

Tom Sawyer e Huckleberry Finn conoscevano svariati metodi, uno più affascinante dell’altro, per togliere le verruche. Avendo a disposizione un gatto morto ad esempio, si poteva andare al cimitero di notte e lanciarlo dietro al demonio venuto per portarsi via un morto, esclamando: “Demonio segui il cadavere, gatto segui il demonio, verruca segui il gatto, con te l’ho fatta finita!”. A detta di Huck era un metodo infallibile per liberarsi delle verruche. Ma c’erano anche delle soluzione più soft, come tagliare in due un fagiolo, spalmarci sopra un po’ di sangue uscito dalla verruca, a mezzanotte seppellire metà fagiolo a un crocicchio non illuminato dalla luna, e bruciare l’altra metà di fagiolo. Oppure andare semplicemente nel bosco e a mezzanotte immergere la mano nell’acqua piovana contenuta in un ceppo, recitando determinati versi.

Non c’è motivo di supporre che l’Eriphia verrucosa, nota come favollo, non conosca almeno uno di questi metodi narrati da Mark Twain, è più probabile invece che lui alle sue verruche ci tenga e sia perfettamente consapevole del loro fascino. Ciò nonostante, questo simpatico granchio, frequente nel Mare Adriatico dove lo chiamano “il peloso”, ma diffuso anche nel Mar Nero e nell’Atlantico orientale dal golfo di Biscaglia alla Mauritania, non deve la sua popolarità solo alla sua bellezza peraltro non trascurabile, basti notare il suo carapace cuoriforme. Certo che però i suoi gusti non fanno impazzire: è una specie prevalentemente necrofaga, che si nutre cioè di animali morti, ma anche di vermi, molluschi e crostacei. Più che uscire a cena con lui, quindi, è interessante uscire a cena e trovarselo nel piatto: gli intenditori narrano leggende della bontà delle bianche carni delle sue chele e della polpa del suo carapace.

 

 

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